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LA VALIGIA DI CARTONE NON C’È PIÙ…

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…ma la mentalità, spesso, c’è ancora.

Mi riferisco alle scene, tristi ed eroiche al tempo stesso, dei nostri migranti di un tempo, così come i vecchi filmati in bianco e nero ce le hanno restituite. Un’umanità povera, analfabeta, che trascinava in misere valigie di cartone i suoi pochi averi, verso un futuro incerto in una terra lontana, da cui non era previsto ritorno. Dietro quei visi smunti, quelle barbe non rasate, quegli occhi infuocati c’era una sola, incrollabile fede: “in un modo o nell’altro ce la farò”.

Oggi ci sono le valigie in fibra multicolori e gli zainetti alla moda. I migranti italiani del XXI secolo hanno quasi tutti un’educazione superiore, sono ben nutriti, hanno in tasca l’ultima versione di telefonino ed esibiscono l’immancabile occhiale da sole alla moda anche nelle giornate più nuvolose.

Eugenio Benetazzo, un giovane economista che oggi va per la maggiore, ha riassunto in modo supersintetico e spietato la parabola del nostro Paese: “Eravamo poveri, siamo diventati ricchi, torneremo poveri”. Sembra lo stile “veni, vidi, vici” di Giulio Cesare. Ma purtroppo è proprio così.

Quella odierna, infatti, è la prima generazione di italiani che sta sperimentando in proprio il ritorno alla povertà. Non è ancora scesa nel girone dantesco della miseria, quella vera. Ma è sicuramente povera di futuro. Che probabilmente è la mancanza più grave per un giovane.

Per questo, emigrano. Dal 2008 al 2013 sono emigrati più di mezzo milione di italiani. Quasi tutti giovani, quasi tutti con una laurea in tasca. Una “fuga di cervelli” come scrivono i giornali e lamentano i sociologi, non di braccia (quelle, invece, le importiamo).

I migranti di un tempo, quelli con la valigia di cartone, quelli che firmavano con una X, quelli che quando arrivavano in America non erano capaci di sillabare correttamente il proprio cognome e quindi gli ufficiali della dogana glielo storpiavano per sempre, non avevano scelta. Non avevano una professione, non parlavano nessuna lingua straniera (e nemmeno l’italiano, se è per quello), avevano solo due braccia da vendere e cercavano di farsele bastare in un mondo nuovo, che non capivano. Poveri cristi, quello era il loro massimo e se lo sono fatto bastare nella loro nuova patria, anzi se lo sono fatto anche avanzare.

Ma oggi? Uno penserebbe che gli italiani del XXI secolo vadano all’estero in possesso non soltanto di un’istruzione superiore, ma anche di una conoscenza linguistica (dell’inglese, in questo caso) impeccabile. Invece no. Per quanto lontani mille anni dai loro nonni e bisnonni, il numero di italiani che cerca di emigrare in un paese di lingua anglosassone con una conoscenza maccheronica dell’inglese (altrimenti detta “scolastica”) è stupefacente. E pensano che vada bene così.

Le valigie di cartone non ci sono più, ma la mentalità secondo cui basta “arrangiarsi” è dura a morire. Purtroppo, o per fortuna, il mondo è cambiato molto dai tempi dei piroscafi. Oggi un giovane italiano che vuole farsi strada ha ancora infinite possibilità in tante parti del mondo. Ma l’inglese maccheronico non lo accetta più nessuno.

Per questo noi di Yes2Canada abbiamo selezionato la scuola d’inglese premiata come migliore nel Nord America, ILAC, le abbiamo chiesto di poterla rappresentare sul mercato italiano e stiamo lanciando questa sfida ai giovani italiani che non credono più che bastino un paio di settimane nel ghetto italiano di Londra per imparare l’inglese.

Vogliamo combattere insieme la faciloneria, il pressapochismo. I risultati nella vita arrivano solo lavorando seriamente, duramente, ai propri progetti. L’inglese masticato va bene con le straniere a Riccione, non per fare carriera a Toronto o a New York.

Questo è il messaggio nella bottiglia che ti mandiamo. Investi nel tuo futuro, vieni a studiare in Canada con le tariffe scontate di Yes2Canada e uscirai da questa esperienza con una formidabile arma in più per il tuo futuro: la conoscenza vera, fluente, dell’inglese!

Photo credit: arkitehti via Foter.com / CC BY-NC